“La finestra sul cortile”, Alfred Hitchcock (1954)
Jeff Jeffries (James Stewart) è un fotoreporter che, in seguito ad un incidente sul lavoro, si ritrova con una gamba completamente ingessata. Impossibilitato di muoversi, se ne sta tutto il giorno a spiare i vicini di casa dalla finestra del suo appartamento con un binocolo. Staccarsi dal proprio lavoro è proprio dura, si direbbe. Veniamo così a conoscenza degli eccentrici personaggi che animano il vicinato del sig. Jeffries.
A questo punto compare Lisa (Grace Kelly), la fidanzata di Jeff, la quale vorrebbe intrapprendere una storia più seria e definita con Jeff, che invece sembra avere più dubbi sulla possibile riuscita di un loro eventuale matrimonio a causa dell’evidente differenza che i due anno negli stili di vita. I giorni passano in assoluta tranquillità, sino a quando, una notte, Jeff viene svegliato dalle urla di una donna del vicinato. Grazie al suo incredibile intuito e alle sue speculari osservazioni, Jeff sospetta che la donna sia stata uccisa dal marito e poi fatta a pezzi. In mancanza di prove certe non gli resta che continuare ad osservare attenatamente ciò che accade nel cortile del vicinato su cui si affaccia la sua finestra…
La finestra sul cortile è, senz’altro, uno dei miei film preferiti. Disprezzato dai critici americani, osannato dai critici dei Cahiers in particolar modo da Truffaut che, in una sua celebre recensione, lo ha defenito un saggio sul cinema stesso, poi Truffaut aggiungeva: “ed io il cinema lo conosco”. Con questo film Hitchcock pone una sfida a se stesso: la sfida è quella di girare un intero film all’interno di un appartamento, mostrando allo spettatore solo ed esclusivamente quello che il signor Jeffries vede dalla sua finestra. Noi infatti non vediamo che quello che vede Jeff, nel momento in cui lo vede Jeff e come lo vede Jeff. Hitchcock dà qui il meglio delle sue capacità. Si dimostra forse il più grande conoscitore del linguaggio cinematografico e della messa in scena. Un capolavoro da guardare e riguardare.
Recensione “Sogni e delitti”, Woody Allen (2008)
Non si esce certo dalla sala con il sorriso stampato sulle labbra. Già, perchè non c’è proprio niente da ridere. L’ultimo film di Woody Allen è pervaso da una forte vena pessimistica: è crudele, spietato, sprigiona negatività e, cosa ancora più grave, il finale non lascia intravedere spiragli di luce. Nessuna via d’uscita. La visione del mondo che Allen ci consegna con “Sogni e delitti”, non è certamente rosea e confortante (ironia della sorte, nel film si promette un futuro roseo ai due protagonisti, e sul raggiungimento di tale condizione si basa l’intera vicenda). Con una storia direi forse un po’ banale e, perchè no?, quotidiana (ma qui secondo me sta il tocco di classe), si toccano in realtà molti temi delicati del mondo contemporaneo, analizzandoli e poi smontandoli. Terry (Colin Farell) e Ian (Ewan McGragor) sono due fratelli che vivono una vita piuttosto piatta e senza troppe soddisfazioni: il primo è un meccanico che si rivelerà pieno di debiti, il secondo uno squattrinato che si fa passare le belle macchine in riparazione dal fratello per fare il figo con le ragazze. Arriva il giorno del compleanno della mamma. Per l’occasione torna a casa anche il ricco, sentimentale, onesto e magnanimo zio Howard per festeggiare la sorella. Dopo un pranzo offerto dallo zio in un lussuoso ristorante, Terry e Ian non si fanno scappare l’occasione e chiedono allo zio di tirarli fuori da guai. Da uomo generoso qual’è, zio Howard decide di aiutare i suoi “adorati” nipoti, ma sorpresa delle sorprese, chiede loro in cambio un favore: uccidere un uomo che con la sua testimonianza manderebbe all’aria i suoi affari e gli farebbe finire in prigione il resto dei suoi giorni. Forse zio Howard non è poi una persona così onesta. Lo facciamo o non lo facciamo? si chiedono i bravi ragazzi Terry e Ian. Se il primo si pone molti dubbi morali riguardo all’azione da compiere, Ian sembra invece deciso a compiere l’omicidio consapevole che poi lo zio gli avrebbe ricompensati con grandi ricchezze. Alla fine i due si vendono e l’omicidio, che potremmo definire un caso di hitchcockiano delitto perfetto (del resto Allen ci aveva già abituati a questo tipo di delitti nel bellissimo “Math Point”) viene portato a termine con pulizia, seppur tra mille incertezze (non mancano qui spunti umoristici) mentre lo zio è in viaggio per lavoro. Occorre fermarsi qui con il riassunto della trama; sull’omicidio, il quale rappresenta a chiare lettere un punto di non ritorno nella vicenda e nella vita stessa dei due protagonisti. Come dice spesso Terry “non si può più tornare indietro”. I personaggi, tutti ottimamente interpreatati, sono più che mai stereotipati e le loro figure rispecchiano un po’ tutte le sclassi sociali e, grosso modo, le personalità in cui si potrebbe suddividere la società moderna: abbiamo il ricco proprietario di alberghi, ospedali e cliniche la cui però ascesa imprenditoriale lascia spazio a molti sospetti e dubbi in quanto a legalità (zio Howard), l’”onesto” lavoratore senza un soldo, amante delle carte, delle scommesse e dell’alcool (Terry), l’uomo desideroso di buttarsi in affari, amante delle belle donne e delle belle macchine (Ian) ed infine, la giovane ragazza benestante che sembra curarsi solo della propria esteriorità ed in cerca di una carriera da attrice (la ragazza di Ian). Woody Allen abbandona con “Sogni e delitti” la commedia per confrontarsi con la tragedia e, a giudicare dalla buona riuscita del film, pare che il senso del tragico non gli manchi affatto. La situazione tutto sommato abbastanza positiva con cui si apre il film viene capovolta, come vuole la tragedia, nel finale lasciando allo spettatore un forte senso di amaro in bocca. Chi abbia sentito alcune delle ultime dichiarazioni di Allen, credo non rimanga più di tanto sorpreso da tutta questa tragicità del film che diviene quasi palpabile nell’epilogo della vicenda: “«Sempre di più – afferma il regista – mi perdo in una visione pessimista dell’esistenza: la vita è caos e tragedia con qualche sprazzo raro di gioia, di piacere, di leggerezza». Come ha già scritto qualcuno, tutta questa negatività è forse dovuta all’avanzare dell’età; a più di settant’anni non puoi pensare positivamente. Sta di fatto che nella visione esistenziale di questo uomo, di questo cineasta, di questo artista, qualcosa è cambiato ed è cambiato in peggio. Ecco allora che il buon Woody ci dice in faccia, e con tanta sincerità, come stiano realmente le cose, come si faccia e soprattuto chi sia, alla fine dei conti, a sopravvivere in una società ipocrita, corrotta, meschina ed imprevedibile come quella in cui viviano la nostra esistenza quotidiana, in un film che, forse esagerando un po’, potrebbe essere visto come una rilettura in chiave contemporanea del mito della sopravvivenza sulla Terra.
Per chi ne vuole sapere di più sul Woody Allen pensiero… si guardi il video…
Robert Rodriguez’s ten minute film school
Now a famous film-maker a while back said something about ‘Everything you need to know about film you can learn in a week.’ He was being generous. You can learn it in 10 minutes.
Set your watches we will be out of here in ten kids.Okay, so you wanna be a film-maker?(Class choruses ‘YES’)Wrong! You ARE a film-maker. The moment you think about that you want to be a fillm-maker you’re that. Make yourself a business card that says you’re a film-maker, pass them out to your friends, soon as you get that over with and you’ve got it in your mind that you’re one you’ll be one, you’ll start thinking like one. Don’t dream about being a film-maker, you are a film-maker. Now let’s get down to business.
Let’s Play!!
What you need to learn is that being creative is not enough in this business. You have to become techinical. Creative people are born creative – you’re lucky. Technical people however can never be creative. Its something they’ll never get. You can’t buy it, find it, study it – you’re born with it. Too many creative people don’t want to learn how to be technical, so what happens? they become dependent on technical people. Become technical, you can learn that. If you’re creative and technical, you’re unstoppable.
Experience – Do you have experience in movies? You do, right – you WATCH movies. Now you need to have movie experience – you’re not going to learn from just watching movies, you’re learn some things, you’ll learn more picking up a camera, making your own films, your own mistakes – mistakes don’t have to be mistakes, everything is subjective – a mistake to one person is actually a piece of art to someone else. Hide behind that, tell everyone its art, you can get away a lot.
Start with a screenplay. Does anybody here know how to write? No – good. Everyone else writes the same way. Start writing your way. That makes you unique. You can take writing classes, that’s good, but don’t bother to go to film school or you’ll be making films like everybody else. We want to see your film.
How do you write a script? Well, you obviously don’t have a lot of money or you wouldn’t be in my class. So you wanna make a movie but you don’t want to spend a lot. You’re gonna come up with problems everyday on your set. You can get rid of the problem one of two ways – you can do it creatively or you can wash it away with the money hose. You got no money, you got no hose. So let’s make a screenplay for a movie you can actually make without having to make your parents poor. Let’s make a cheap movie.
How do you make a cheap movie? – Look around you, what do you have around you? Take stock in what you have. Your father owns a liquor store – make a movie about a liquor store. Do you have a dog? Make a movie about your dog. Your mom works in a nursing home, make a movie about a nursing home. When I did El Mariachi I had a turtle, I had a guitar case, I had a small town and I said I’ll make a movie around that.
How do you visualise a movie? With storyboards, you can do that. You can previsualise your movie and draw them out, but what you should really do is make a blank screen for yourself and watch your movie. Close your eyes and stare at this. Imagine a screen, imagine your movie. Shot for shot, cut for cut. Sit there, close your eyes and get rid of everybody, get rid of all your thoughts in your head except your movie and watch your movie. Is it too slow? Is it too fast? Is it funny? Does it make sense? Watch it and then write down what you see. Write down the shots that you see. And then just go get those shots.
Equipment. OK let’s go over the equipment. The worse the better. You don’t want anything too fancy, remember this is your first movie – you’re not Spielberg yet. I used this one for El Mariachi, almost the same one, I used a 16M this is a 16S, this is exactly what I had. It helped me move fast because it was light, it was very noisy so I could do the sound in a wacky way, but this thing here would cost you about $2000. Don’t spend that kind of money, find some monkey that own’s one. I found somone who had one of these sitting around, he wasn’t using it. I borrowed it from him, I shot my movie.
(Points at what look’s like a damn heavy tripod) Look at it, this is a nice stand, its a very solid stand, y’know what’s gonna happen? The camera is gonna stay on the stand, you’re just gonna keep it there, ‘cos its so nice, meaning your movie’s gonna look…stiff. Take it off of there, sit in a wheelchair, push yourself around, get some energy in your film. That’s the great thing about first films is that they have so much life and so much energy. Big productions can’t even duplicate that energy, because they’ve got too good a stand and too much crew and everything is really smooth and polished and its lifeless. Add life to your film by getting rid of the fancy stuff. (Points at the tripods) Too good, too heavy, too good – just use your hands.
Here’s a lightmeter, this isn’t the write one, I broke my other one. This is a spotmeter, that’s OK but it’s too fancy. You just need one with a little white dome on it, point it to your subject, read the light, look at the number on your lightmeter – remember your lightmeter is your friend – feed that into lens and the iris, and then you’re set. Start shooting.
Don’t overlight. On Mariachi I had two lights, regular lightbulbs, they were balanced for indoor film, so look fine. In fact everyone said the lighting looked moody because there was very little light . Your mistakes, your shortcomings suddenly becomes artistic expression.
Finally, postproduction. When you’ve finished shooting your movie what do you do? (Picks up video mixer) These are your friends my friends. Video editing systems, computer editing systems, anything like that, its immediate, its easy, its cheap. Do not cut on film. Film is your enemy. You may be shooting on film but don’t cut on film. If any of you want to cut on film get out of my class right now. Go spend $20,000 on a real film school and do that. You’ll never get a job though – believe me.
Everything is on computers or video these days. Film is slow, film is expensive, film is not creative – film take’s too long. Cut on tape that’s what I do. I shot Mariachi for nothing. I edited on video. I had a three-quarter inch master that looked beautiful because the negative was transferred right to tape. There was no middleman so it looked like 35mm – clean, pristine. I made VHS copies of this, sent them out all over Hollywood. I never made a film print. (Picks up film strip) Waste of money. You have to string them up, they get worn out. They’re expensive. They’re copies of your negative. You don’t want that, you don’t want copies of your negative, you want your negative…on tape. Where people can duplicate it and watch it and get you work.
OK so you’ve made your movie, you’ve cut it, you’ve got it out, people want you. What do you do? The first thing you want to do is get an agent – right away. Hollywood is full of sharks, you need a shark working for you. These guys go and get you the best deals, they get you the best prices, they get you the best movies.
What you’ve learnt is what no one else has. How to make a movie dirt cheap. No one else in Hollywwod knows how to do that. You guys can make them cheap, you guys can make them better, don’t get swallowed in the system, take advantage of your position.
Now I make movies that are still low budget but they look like big budget movies because I learnt the techniques that I just showed you today.
All right I’ve got to go back and do my own films so I hope you guys learnt something today, I hope you grab some of these cameras and go shoot something of your own, I hope you write down the ideas that you have, the dreams that you have.
Stop aspiring, start doing.
See you in Hollywood – be scary!
Recensione “Lussuria”, Ang Lee (2008)
Titolo originale: Se jie, Regia: Ang Lee , Sceneggiatura: Hui-Ling Wang , Fotografia: Rodrigo Prieto , Musiche: Alexandre Desplat, Montaggio: Tim Squyres, Anno: 2007, Nazione: Cina – Stati Uniti d’America, Distribuzione: BIM, Durata: 156′, Data uscita in Italia: 04 gennaio 2008, Genere: drammatico,guerra,thriller
A breve distanza da “Brokeback Mountain”, Ang Lee ritorna con “Lussuria” a parlarci ancora d’amore. Cambiano le scene e le battute ma non cambia il tema di fondo: un amore vero, tragico ma, ovviamente, impossibile. Ambientato nella Shanghai degli anni ‘40 durante la guerra fra Cina e Giappone, il film narra a ritroso la travagliata storia d’amore fra Wang Jiazhi, un’affascinante ragazza che prende parte alla resistenza cinese, e il signor Yee, un potente politico collaboratore dei giapponesi. La giovane Wang, con il compito di sedurre il signor Yee per poi gettarlo nelle mani della resistenza, viene però a sua volta sedotta, ed innamorandosi del duro Yee, manderà letteralmente all’aria tutti i piani della resistenza. Leone d’oro a Venezia, censurato in America e Cina, il film penetra, nella versione completa, ed esplora in profondità la passione e l’intimità dei due amanti, arrivando a mostrare la travagliata sfera psicologica che anima la loro sfrenata passione. Ang Lee ci propone una pellicola estremamente raffinata e curata in ogni minimo dettaglio: dai costumi di seta cinese che indossa Wang (ne cambierà una decina nel corso del film), ai movimenti e agli sguardi sensuali dei due protagonisti. Giustificata anche la durata del film. Nonostante un’inizio un po’ incerto e complesso (anche se splendida è la scena di apertura con le mogli che giocano a Maijang), il film non perde mai di ritmo e le oltre due ore e mezza di proiezione non tendono mai ad annoiare lo spettatore, complice un crescendo di intensità drammatica che sfocia nell’estremo gesto finale della giovane Wang. L’anello che il signor Yee vorrebbe regalare alla ragazza diviene il simbolo e la manifestazione empirica della sincerità del proprio amore, sincerità che verrà ricambiata con il gesto pieno di eroismo di Wang che decide di rivelargli la propria vera identità consapevole che tale rivelazione avrebbe non solo portato ugualmente a termine la loro relazione amorosa, ma anche spezzato la propria vita, salvando però quella dell’amante.
Aki Kaurismaki, un ribelle ai margini dell’Europa
“Forse ho pensato di fare cinema perchè non sono capace di fare nessun lavoro onesto. Camminavo ogni giorno per le vie di Helsinki cercando di rimediare i soldi per bere, ma era sempre più difficile trovarne. Allora ci siamo detti: cominciamo a fare film. Uno ha chiesto: su cosa? io ho risposto: su questo schifo che è la nostra vita”.
Kaurismaki l’ho conosciuto per caso. Stavo girando per la libreria di Fe. Prendo in mano un libro fra i tanti, lo giro e nel retro copertina leggo la frase che ho poi riportato qui sopra. Mi dissi che doveva essere un tipo interessante questo Kaurismaki. Allora compro il libro, scarico alcuni dei suoi film ed incomincio ad imparare qualcosa su di lui. Aki Kaurismaki nasce a Olavi, Finlandia, il 4 aprile 1957. Assiduo frequentatore delle sale cinematografiche e dei cine-club di Helsinki, Kaurismaki incarna la figura del perfetto cinefilo erudito ed autodidatta, cresciuto sin da ragazzo a suon di film, tre o quattro al giorno. Passato prima per il mestiere di critico cinematografico, è poi approdato alla regia con il suo primo lungometraggio “La sindrome del lago Saimaa” diretto insieme al fratello Mika. Per Kaurismaki il cinema e la cinefilia sono sempre stati “una maniera obliqua di guardare la vita in uno specchio”, cioè una possibilità ed un’occasione per poter vedere la realtà riflessa in se stessa così da poterla analizzare e magari comprenderne meglio i problemi. Dei film di Kaurismaki si potrebbe dire quello che Rossellini diceva dei suoi film: che devono essere prima di tutto utili. Come Rossellini, Kaurismaki è interessato a riprendere, seppur con un grado di realismo inferiore rispetto al regista italiano, la vita nella sua quotidianità pedinando minuto dopo minuti gli sfortunati protagonisti di queste storie ambientate ai margini della società “ufficiale”. Già, perchè il dato di partenza di tutti i film di Kaurismaki sono i perdenti, le persone umiliate dalla società, sole, abbandonate, senza nessuna prospettiva. Kaurismaki era uno di loro, ma è stato salvato dal cinema. Quello che queste persone cercano è un riscatto, una nuova possibilità e infondo, noi spetattori, sappiamo che questa possibilità se la meritano. I personaggi di Kaurismaki generano sempre compassione.
“L’uomo senza passato”, 2002
Se fino ad ora abbiamo brevemente sottilineato il realismo del regista finlandese, non bisogna dimenticare l’importanza che Kaurismaki dà alla composizione formale dell’immagine, fattore questo che ovviamente distacca la sua produzione dal raggiungimento di un pieno realismo. Le immagini di Kaurismaki sono sempre curate nel minimo dettaglio con effetti di luce, ombre, colore, e ciò lo si vede specialmente nel suo ultimo film “Le luci della sera”. Riprendendo le affermazioni del regista riportate prima, la cura della composizione formale ci ricorda che non siamo all’interno della realtà, ma siamo all’interno di un film, che non è la verà realtà ma ne è un’immagine riflessa.
I film di Kaurismaki non mancano certo di citazioni e di richiami ai maestri: Bunuel, Bresson, Becker, Ozu sono i modelli. La disoccupazione (“Nuvole in viaggio”), la solitudine (“L’uomo senza passato”, “Le luci della sera”) sono i temi che maggiormente pervadono l’opera del regista, temi sempre di grande attualità, di grande utilità.
FILMOGRAFIA DEL REGISTA
|
TITOLO Le luci della sera (regista,montaggio) |
REGIA |
ANNO 2005 |
| L’uomo senza passato (sceneggiatore,regista) | Aki Kaurismaki | 2002 |
| Ten minutes older – the trumpet (regista) | Spike Lee , Chen Kaige , Jim Jarmusch , Victor Erice , Wim Wenders , Aki Kaurismaki | 2002 |
| Nuvole in viaggio (regista) | Aki Kaurismaki | 1996 |
| Tatjana (regista) | Aki Kaurismaki | 1994 |
| Vita da bohème (regista) | Aki Kaurismaki | 1992 |
| Ho affittato un killer (regista) | Aki Kaurismaki | 1990 |
| La fiammiferaia (regista) | Aki Kaurismaki | 1989 |
| Leningrad Cowboys Go America (regista) | Aki Kaurismaki | 1989 |
| Ariel (regista) | Aki Kaurismaki | 1988 |
| Amleto si mette in affari (regista) | Aki Kaurismaki | 1987 |
| La sindrome del lago Saimaa (regista) | Mika Kaurismaki , Aki Kaurismaki | 1981 |
Recensione “Parla con lei”, Pedro Almodovar (2002)
Un film di Pedro Almodóvar. Con Leonor Waitling, Javier Cámara, Rosario Flores, Darío Grandinetti, Paz Vega, Elena Anaya. Genere Drammatico, colore 112 minuti. – Produzione Spagna 2002.
“Parla con lei” racconta di due storie inizialmente separate che il destino fa incrociare. Benigno è un infermiere che si è offerto di prendersi cura, giorno e notte, di Alicia, una ragazza in coma da quattro anni presso una clinica privata. Marco è invece un giornalista di viaggi che, uscito da una difficile storia amorosa, si innamora di Lydia, una nota torera, vedendo in lei una nuova speranza di felicità. Ma durante una corrida, Lydia cadrà tragicamente in coma in seguito ad un feroce scontro con un toro, raggiungendo così Alycia nella stessa clinica privata. E qui Benigno e Marco si conosceranno. A tre anni di distanza da Tutto su mia madre, Pedro Almodovar ritorna alla regia regalandoci una pellicola che rientra, a pieno titolo, in quella ristretta categoria di film che per apprezzarli fino in fondo, bisogna guardare almeno tre volte. Dico questo perché ad ogni nuova visione il film ci dirà sempre qualcosa di nuovo: ci accorgeremo così che ogni dialogo (direi quasi ogni battuta del film) nasconde alle sue spalle un mondo di temi, di rimandi e di significati, che anche ogni piccolo gesto dei personaggi ci rivela, in realtà, la fisionomia del loro essere interiore nonché le sofferenze, i desideri e le passioni che li animano. Già nella scena con cui si apre il film si possono rintracciare quelle tematiche che poi verranno affrontate, ampliate e analizzate nelle sequenze successive: il balletto delle danzatrici cieche diviene un po’ la metafora e lo specchio della vita, non solo delle due protagoniste femminili (come è facile intuire), ma anche dei personaggi maschili, anch’essi invischiati in un tunnel di difficoltà del quale Benigno, al contrario di Marco, sembra ignorare l’esistenza. Dirà Benigno in merito: “I quattro anni passati a prendermi cura di Alicia sono stati i più belli della mia vita”. Ed è proprio Benigno il personaggio meglio costruito del film, un personaggio dalle mille sfaccettature, insolito, complesso (non si capisce con chiarezza se sia omosessuale o eterosessuale), un personaggio per certi versi negativo, a tratti sprezzante. Eppure questi tratti negativi di Benigno sono sempre solo abbozzati, accennati; emergono ma non prendono mai il sopravvento e questo perché Almodovar vuole prima di tutto mostrare del personaggio la sua profonda umanità e il suo essere, in un certo senso, “innocente” pur essendo colpevole di aver compiuto atti moralmente impuri. Per questi motivi ci viene quasi voglia di perdonare Benigno, di schierarci dalla sua parte. Del resto come si fa a non provare ammirazione per un uomo che decide di passare la sua vita a prendersi cura di una ragazza in stato comatoso, trattandola come se fosse cosciente? Benigno parla continuamente con Alicia (cosa che invece a Marco non riesce di fare con Lydia), le parla perché il suo profondo senso della vita lo porta a credere che la ragazza, nonostante la malattia, lo possa sentire ugualmente, come se la realtà che egli ha davanti agli occhi fosse solo una realtà di superficie che ne nasconde una più vera che travalica i limiti della materialità e della ragione. Con Parla con lei, giudicato dalla rivista “Time” fra i cento migliori film di tutti i tempi, Almodovar ci racconta una parabola, una fiction, perché di questo si tratta, appositamente costruita per diffondere un messaggio: e allora, quel’è il messaggio di questa storia? cosa vuole dire Almodovar al suo spettatore? Vuole semplicemente dire, e sottolineare, quanto sia sottile e labile la linea di confine che separa la ragione dalla follia quando ad essere in ballo sono i sentimenti d’amore. Concludendo, attraverso questa chiave di lettura è ora ancora più semplice capire per quale motivo Benigno, nonostante le sue colpe, appaia ai nostri occhi non solo una persona innocente e pura, ma anche piena di umanità.
Recensione “Sweeney Todd”, Tim Burton (2008)
Un film di Tim Burton. Con Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Alan Rickman, Sacha Baron Cohen, Laura Michelle Kelly, Timothy Spall, Anthony Stewart Head. Genere Musical, colore 116 minuti. – Produzione USA, Gran Bretagna 2007. – Distribuzione Warner Bros Italia – [Uscita nelle sale venerdì 22 febbraio 2008]
E’ giovedì sera e, avendo preso questa strana abitudine del giovedì, io e i miei amici andiamo al cinema. Secondo spettacolo, quarta fila, a vedere cosa? a vedere “Sweeney Todd”, l’ennesima collaborazione di Tim Burton e Johnny Depp. Può darsi che mi sbagli (a giudicare da quello che scrivono gli altri si direbbe di si), ma questo film mi sembra che sancisca la conferma del calo di creatività di Tim Burton. Con questo non voglio dire che il film sia brutto o da cacciare, voglio solamente dire che “Sweeney Todd” sembra confermare l’adagiarsi della qualità media degli ultimi film del regista (intendo da “Il pianeta delle scimmie” in poi – con la sola eccezzione di “Big Fish”) su livelli più bassi rispetto agli standard a cui ci aveva abituati ad inizio carriera. Le atmosfere del film sono dark, nemmeno a dirlo, talmente dark che a volte non si vede quasi niente sullo schermo. Come al solito Johnny Depp è bravo. Gli attori tutti sono bravi. I costumi sono belli. E tuttavia, pur essendo rintracciabili alcune tematiche di fondo della filmografia bartoniana come il protagonista emarginato dalla società (Sweeney si direbbe un Edward ottocentesco), manca qualcosa. Anche a livello di estetica delle immagini Burton non dà certo il meglio di sè in questo film. Non lo so, forse è a causa dell’immagine troppo digitalizzata che alla fine risulta troppo finta. Film come “Edaward mani di forbice”, “Batman Returns” o “Ed Wood” mi sembrano nettamente superiori fotograficamente parlando. Altro aspetto che non mi ha convinto: le musiche. I film del regista americano si sono sempre distinti anche per la presenza di colonne sonore
sempre eccezzionali, composte con grande sapienza da Denny Elfman. Non mi sembra che la cosa si sia felicemente ripetuta anche per “Sweeney Todd”: le musiche sono poco decise, troppo poco accattivanti, ripeto, rispetto al passato o (come ho detto prima) rispetto agli standard a cui eravamo abituati. Queste le mie sensazioni. Concludendo, il film non mi ha appassionato come avevano fatto altri. Ma può essere che abbia preso io un abbaglio o non abbia visto la pellicola nell’ottica giusta. Sicuramente la riguarderò. Magari si tratta, e a volte mi capita, che “Sweeney Todd” sia uno di quei film che per apprezzarli e amarli una sola visione non basta.
La nascita
Ciao tutti, benvenuti su Dodss… il mio nuovo e spero definitivo blog…







