Recensione “Sogni e delitti”, Woody Allen (2008)
Non si esce certo dalla sala con il sorriso stampato sulle labbra. Già, perchè non c’è proprio niente da ridere. L’ultimo film di Woody Allen è pervaso da una forte vena pessimistica: è crudele, spietato, sprigiona negatività e, cosa ancora più grave, il finale non lascia intravedere spiragli di luce. Nessuna via d’uscita. La visione del mondo che Allen ci consegna con “Sogni e delitti”, non è certamente rosea e confortante (ironia della sorte, nel film si promette un futuro roseo ai due protagonisti, e sul raggiungimento di tale condizione si basa l’intera vicenda). Con una storia direi forse un po’ banale e, perchè no?, quotidiana (ma qui secondo me sta il tocco di classe), si toccano in realtà molti temi delicati del mondo contemporaneo, analizzandoli e poi smontandoli. Terry (Colin Farell) e Ian (Ewan McGragor) sono due fratelli che vivono una vita piuttosto piatta e senza troppe soddisfazioni: il primo è un meccanico che si rivelerà pieno di debiti, il secondo uno squattrinato che si fa passare le belle macchine in riparazione dal fratello per fare il figo con le ragazze. Arriva il giorno del compleanno della mamma. Per l’occasione torna a casa anche il ricco, sentimentale, onesto e magnanimo zio Howard per festeggiare la sorella. Dopo un pranzo offerto dallo zio in un lussuoso ristorante, Terry e Ian non si fanno scappare l’occasione e chiedono allo zio di tirarli fuori da guai. Da uomo generoso qual’è, zio Howard decide di aiutare i suoi “adorati” nipoti, ma sorpresa delle sorprese, chiede loro in cambio un favore: uccidere un uomo che con la sua testimonianza manderebbe all’aria i suoi affari e gli farebbe finire in prigione il resto dei suoi giorni. Forse zio Howard non è poi una persona così onesta. Lo facciamo o non lo facciamo? si chiedono i bravi ragazzi Terry e Ian. Se il primo si pone molti dubbi morali riguardo all’azione da compiere, Ian sembra invece deciso a compiere l’omicidio consapevole che poi lo zio gli avrebbe ricompensati con grandi ricchezze. Alla fine i due si vendono e l’omicidio, che potremmo definire un caso di hitchcockiano delitto perfetto (del resto Allen ci aveva già abituati a questo tipo di delitti nel bellissimo “Math Point”) viene portato a termine con pulizia, seppur tra mille incertezze (non mancano qui spunti umoristici) mentre lo zio è in viaggio per lavoro. Occorre fermarsi qui con il riassunto della trama; sull’omicidio, il quale rappresenta a chiare lettere un punto di non ritorno nella vicenda e nella vita stessa dei due protagonisti. Come dice spesso Terry “non si può più tornare indietro”. I personaggi, tutti ottimamente interpreatati, sono più che mai stereotipati e le loro figure rispecchiano un po’ tutte le sclassi sociali e, grosso modo, le personalità in cui si potrebbe suddividere la società moderna: abbiamo il ricco proprietario di alberghi, ospedali e cliniche la cui però ascesa imprenditoriale lascia spazio a molti sospetti e dubbi in quanto a legalità (zio Howard), l’”onesto” lavoratore senza un soldo, amante delle carte, delle scommesse e dell’alcool (Terry), l’uomo desideroso di buttarsi in affari, amante delle belle donne e delle belle macchine (Ian) ed infine, la giovane ragazza benestante che sembra curarsi solo della propria esteriorità ed in cerca di una carriera da attrice (la ragazza di Ian). Woody Allen abbandona con “Sogni e delitti” la commedia per confrontarsi con la tragedia e, a giudicare dalla buona riuscita del film, pare che il senso del tragico non gli manchi affatto. La situazione tutto sommato abbastanza positiva con cui si apre il film viene capovolta, come vuole la tragedia, nel finale lasciando allo spettatore un forte senso di amaro in bocca. Chi abbia sentito alcune delle ultime dichiarazioni di Allen, credo non rimanga più di tanto sorpreso da tutta questa tragicità del film che diviene quasi palpabile nell’epilogo della vicenda: “«Sempre di più – afferma il regista – mi perdo in una visione pessimista dell’esistenza: la vita è caos e tragedia con qualche sprazzo raro di gioia, di piacere, di leggerezza». Come ha già scritto qualcuno, tutta questa negatività è forse dovuta all’avanzare dell’età; a più di settant’anni non puoi pensare positivamente. Sta di fatto che nella visione esistenziale di questo uomo, di questo cineasta, di questo artista, qualcosa è cambiato ed è cambiato in peggio. Ecco allora che il buon Woody ci dice in faccia, e con tanta sincerità, come stiano realmente le cose, come si faccia e soprattuto chi sia, alla fine dei conti, a sopravvivere in una società ipocrita, corrotta, meschina ed imprevedibile come quella in cui viviano la nostra esistenza quotidiana, in un film che, forse esagerando un po’, potrebbe essere visto come una rilettura in chiave contemporanea del mito della sopravvivenza sulla Terra.
Per chi ne vuole sapere di più sul Woody Allen pensiero… si guardi il video…
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